POSTFAZIONE AL MANOSCRITTO DEL M°EZIO ZAMMARANO

Una ventina d'anni fa, su uno dei cataloghi librari che mi pervenivano, oggi pochissimi per via della “rete”, scorsi il manoscritto anonimo, la cui paternità virtuale era ascritta in frontespizio “al non mai bastantemente celebre Adolfo Borromei”. Questi doveva certamente essere un maestro di scherma, o quanto meno un maestro “bastoniere”, come anche oggi ancora se ne trovano, non necessariamente di esclusiva tradizione rusticana. Tradizione che in occidente va dalla “dotta stampa” di un Joseph Renaud ne “L'art de se défendre dans la rue”, ai nostri Celli, Ceselli e Martinelli, fino ai manuali militari di “baionetta inastata”, tralasciando la tradizione orientale, rispettabilissima e praticatissima oggi in tutto il mondo, ma forse eccessivamente mitizzata, e a volte con intelligente osmosi combinata con la tradizione iberica (nella scuola canaria, filippina o brasiliana).

Ma tornando al momento della scoperta del manoscritto, io ho una teoria vagamente romantica, e credo abbastanza personale, del viaggio delle cose scritte e del loro  inesauribile potere sapienziale,  che va ben oltre la “sapienza” mass-mediatica.

La scrittura impressa o vergata, finisce essa stessa per trovare il suo amatore, sia bibliofilo, o studioso, scrittore, saggista o poeta. E in quest'ultimo caso sembra quasi fluire da un calamaio “commosso”, per seminare ed arricchire l'intricato ed epicureo giardino della Conoscenza. Conoscenza di ambito particolarissimo, che il nostro manoscritto onora in modo speciale e quasi sognante, corredato da raffinate e coloratissime vignette esplicative.

Esso ci svela un mondo non soltanto accademico di spade e sciabole, ma fatto anche di ring popolari, di aria e di pubblico, dove gli assaltanti “si fronteggiano in tal modo come si farebbe danzando”, per offendere senza essere offesi, con esattezza (misura), freddezza (tempo), velocità (forza), non disgiunta da quella “civetteria” che piace alle masse, accorse per puro diporto, per mero e incantato spirito sportivo.

Il trattatello mostra anche non poca conoscenza “filosofica”, ammettendo la sostanziale oscurità delle definizioni nella scherma e la necessaria utilità dei disegni, mostrando notevole modernità nel teorizzare la specializzazione degli schermidori, esaltando lo studio di quella che i Francesi chiamavano “l'art du plastron” e “le mur”,  che in Italia definivano “esercizi convenzionali”; quegli esercizi che oggi in sala d'armi non si fanno più. Si arriva persino a teorizzare le parate di misura avanzando, arresti in tempo e corpo a corpo.

Insomma, sono felice d' essermi ritrovato con questo manoscritto, ideale e reciproca scoperta nel misterioso e affascinante labirinto librario, vera fonte d' insostituibile mediazione.

Ringrazio l'amico Zanini, attento e preciso studioso di scherma, per avere grandemente agevolato, con la sua puntuale trascrizione la riscoperta di questo scritto, che spero venga ancora più studiato, ed inserito nel contesto storico della scherma italiana di bastone, essendo in tutto degno della quevediana “docta emprenta”.

“En fuga irrevocable huye la hora; // pero aquella el mejor cálculo cuenta // que en la lección y estudio nos mejora”.

Maestro d'armi Ezio Zammarano


INTRODUZIONE

Siamo onorati di presentare in esclusiva l’indedito quaderno-manoscritto “Del Bastone - Nozioni Preliminari del non mai bastantemente celebre Adolfo Borromei ”. Il trattatello appartiene alla collezione privata del M° Ezio Zammarano, grande storico della scherma, che lo ha generosamente e recentemente condiviso. Conosciuto da tempo come l’unico manoscritto vivente sulla scherma di bastone Italiana, il Borromei è stato fino a poco tempo fa sconosciuto, a parte un’illustrazione che ricevetti qualche anno fa. Oggi grazie al maestro Ezio Zammarano e alla collaborazione del maestro Giancarlo Toran, potrà essere divulgato a beneficio di tutta la comunità dei cultori del bastone Italiano, della scherma storica ovvero le cosiddette arti marziali storiche europee HEMA. La prima volta che vedemmo l’illustrazione che descriveva il “Mulinello”, ritenevamo, a torto, che il trattatello avesse origini meridionali. Fu invece chiaro non appena ricevute le scansioni, che il Borromei aveva un’altra storia.

Il titolo del trattato indica inequivocabilmente che si trattati delle Nozioni Preliminari del maestro Adolfo Borromei, tuttavia non ci sono elementi per determinare con sicurezza se sia stato scritto dal maestro stesso o da un suo allievo. Mancano nel testo riferimenti personali, date, luoghi o la firma dell’autore. 

Borromei inizia  con il capitolo “Del bastone corto” perchè a suo dire lo trova più utile alla difesa personale rispetto al lungo, che d’altra parte sembra conoscere altrettanto bene. Quindi questo importantissimo manoscritto rappresenta il primo e unico manuale italiano del bastone corto dell’800, antenato dei trattati di bastone da passeggio, la canne, che il Ceselli e il Martinelli pubblicarono in Italia solo all’inizio del XX secolo.

Qui riferendo all’utilità del bastone corto giacchè il lungo più difficilmente gioverebbe; nessuno in fatto porta seco un bastone che gli giunge alla spalla, nè l’occasione facilmente ce lo somministra; oltreché nel gioco del lungo siccome la mano scorre molto sulla canna abbisognano bastoni lisci e incapaci di offender la palma. 

Nel capitolo “il saluto”, che in appendice viene ripreso più estesamente, abbiamo una dettagliata descrizione del modo di salutarsi. Un modo molto particolare e molto poco ortodosso. Innanzitutto i due tiratori che si confrontano su un terreno delimitato da “barriere”, che ci ricorda l’antico “steccato”. Questo è di per sé un dato importantissimo perchè è l’unico riferimento che abbiamo in tutta la trattatistica Italiana di bastone, di un vero e proprio quadrato di gara, che ci ricorda molto un ring.

I tiratori vengono sulla sala col lor bastone fermato al polso, ognuno va al suo posto possono trattenersi qualche istante poi ad un cenno da essi combinato si pongono in figura militare molto profilata stendendo il braccio, ed il bastone orizzontalmente quasi tirassero un colpo alla testa poi si portano ognuno al suo lato della barriera e di là salutano gli spettatori col far tre giri di bastone sopra la testa quindi vanno dall’altro lato della barriera e fanno lo stesso: bisogna però osservare che quando uno saluta da una parte dello steccato l’altro saluti dall’altra...

E’ una sequenza molto elaborata che si esegue semplificando in questo modo: i tiratori dopo aver salutato l’adunanza nel modo sopra descritto si salutano tra loro profilati alla maniera classica segue l’otto con i due mulinelli di testa, si toccano i bastoni in parata di quinta e seconda e poi vanno in giro a fare mulinelli per scaldare il braccio e si affrontano.

La prosa e la grammatica denotano un Italiano molto basso e una terminologia a tratti arcaica. La brevità del testo, la punteggiatura mancante, le correzioni  e la ridondanza di certi concetti ci fanno pensare al quaderno scritto da un allievo piuttosto che da un maestro-autore. Il quaderno è completamente anonimo. Per i dati che abbiamo raccolto fino ad ora, possiamo localizzarlo in un area che va dall’alta Toscana all’Emilia, tra le provincie di Lucca e di Parma. Interessante è notare che a Lucca nel 1865 un Adolfo Borromei scrive Drammi storici, Saggio drammatico di Adolfo Borromei, ma non abbiamo ulteriori riscontri per determinare con sicurezza se il drammaturgo era anche il nostro maestro di bastone. 

I dati più interessanti che ci permettono di collocare il manoscritto in determinato contesto storico-geografico si trovano del capitolo: “Dell’impugnatura e dei primi movimenti”. Si parla di un bastone lungo “oncie 20 e per conseguenza poco più di un braccio e mezzo Lucchese”. Il braccio lucchese misura 60 cm e quindi abbiamo un bastone di 90 cm, e per conseguenza le once che potrebbero corrispondere sono quelle di Parma (4,5cm) in uso nel periodo preunitario prima dell’adozione su scala nazionale del sistema metrico decimale. Tuttavia esiste la possibilità che altre città limitrofe potessero adottare il sistema di misura del Gran Ducato di Parma. Livorno, Pisa, Genova, città con una grande tradizione nella scherma di bastone potrebbero essere tra le più probabili.

Le belle illustrazioni a colori sparse nel testo presentano un bastone con un indedita cordicella, ovvero una laccetto per fermare il bastone al polso. Questo laccetto si ancora al bastone attraverso un foro passante all’altezza dell’impugnatura e quindi ci da un idea della grossezza del bastone che il Borromei dimentica di specificare limitandosi ad un semplice “grosso proporzionalmente alla sua lunghezza”.

Un bastone che deve avere uno spessore tale da sopportare un buco senza comprometterne l’integrità durante il combattimento, quindi qualcosa di più grosso delle normale “canna da combattimento” moderna, che ha un peso che si aggira intorno ai 200/250 g. Il bastone del Borromei è un bastone da almeno 350g, in faggio o per i principianti il leggero “Albatro”, ovvero il Corbezzolo (Arbutus unedo) come era chiamato in Toscana nella regione a nord di Lucca.

In merito alla datazione possiamo ipotizzare che il manoscritto sia stato scritto in un periodo che va dal 1830 al 1860. La grafia del testo e l’uso delle vecchia unità di misura indicano sicuramente un periodo precedente all’Unità d’Italia. Un riferimento del Borromei ad un altro autore e maestro di bastone coevo, ovvero se fosse un Lebourcher (1843) o un Cerri (1854), o un trattato potrebbe confermare che il manoscritto non possa essere datato prima degli anni 40’. Tuttavia non possiamo escludere che il Borromei abbia consultato un trattato a noi sconosciuto.

Aggiungerò che ognuno ha la sua maniera di vedere ma per me sempre disapprovo quello che qualche autore, e non autore di ginnastica ha detto, tenersi l’esercizio del bastone come preliminare alla spada; che agevoli infinitamente la scuola di sciabola è vero come appunto la sciabola agevola il bastone, ma parlando di spada lo tengo tanto disadatto per suo preliminare, e per i suoi giochi in esso larghi nella spada strettissimi che ritengo non trovarsi tiratore sommo dell’uno che possa esserlo anco dell’altra.

L’impianto tecnico del trattato è essenziale. La progressione didattica e lo stile lo accomunano alla trattatistica coeva. Tra le sequenze tecniche degne di nota troviamo la sequenza di passi e colpi detta Troapà, una marcia che si compone di passo e giravolta. Composta da più movimenti che nella fase iniziale ricordano Ceselli, questa sequenza potrebbe rivelarsi un fondamentale della scuola toscana di bastone.

Tentereromo di addentrarci nel prossimo articolo nella tecnica del Borromei.